Grazie, grazie a tutti degli auguri. Sono veramente commosso, volevo ringraziare la produzione che mi ha dato questa opportunità, il regista, tutto lo staff, i colleghi, ma soprattutto le colleghe, è veramente bello (lacrima) essere qui in questa sera, in compagnia (voce rotta) di tutti voi in questa splendida cornice di Hollywood. Ognuno di voi ha avuto ed ha un ruolo importante per me, e senza di voi non avrei potuto raggiungere questi traguardi. Ma la mia opera più bella sarà quella che devo ancora produrre. E il pubblico è il 12° giocatore in campo. E sono sempre disponibile a fare quello che dice il mister. E non ho paura di nessuno, ma rispetto per tutti. E la palla è rotonda, i pali uno lungo e uno corto e la traversa dunque obliqua. Grazie a tutti, insomma.

Sergente nella neve, o in quel che ne rimane. Marzo è un mese pazzo, un mese ubriaco, sempre strafatto e fantasioso come un arista sotto l’effetto benefico delle muse. Detto questo, quando mi immagino marzo mi vedo Donato Sbadato che insegue il cappello che il vento gli ha portato via: colpa dei libri di Richard Scarry che mi facevano leggere da bambino (e che ho ancora).
Il problema è che di giovedì pomeriggio quando si torna in ufficio la voglia di lavorare non c’è, non è ancora venerdì e il giorno prosegue finendo quella miriade di piccoli lavoretti che vanno fatti ma che non si fanno mai: ordine sulla scrivania, una telefonata (o un paio) giusto per poter staccare due post-it dalla cornice del monitor.
Ma giovedì è morto: sarà che ci sono i negozi chiusi, sarà che per la serata non è previsto niente.
L’unica cosa certa a questo punto della giornata è questa tossettina schifosa che mi è venuta passando dai più 30 che ci saranno stati in un locale – vile mezzuccio per far bere la gente – ai meno 30 che l’altra sera ci saranno stati fuori dal suddetto locale. E qui per casa mi inseguono con gli antibiotici per evitarmi “la ricaduta”, spauracchio che rimane ed aleggia qui intorno dopo la polmonite di due mesi fa. Ho dovuto cedere, ma solo per una cura rapida di tre giorni, tanto i batteri ormai con gli antibiotici ci fanno merenda. Poi mi toccheranno le gocce, più che altro per far dormire la gente che mi circonda. Ma non si può prendere una bella aspirina e basta, come usava una volta, che tra l’atro fluidifica il sangue e previene l’infarto (o almeno così mi hanno detto)?
Va beh che domani è venerdì e la temperatura sta crescendo. Speriamo che non vada subito a 35 gradi all’ombra come fa di solito, altrimenti lo spolverino scozzese nuovo quando lo metto? Mi piace che arrivi la bella stagione, ma odio con tutto il cuore il caldo umido dell’estate padana. Quando l’estate arriva è come se finisse la musica e non trovassi più una sedia per me.
Una volta ho scritto in un’e-mail Aspettando la ghost track, ti abbraccio; una frase che può essere adatta anche a un epitaffio, ma ci ho pensato dopo: quando l’ho scritta, ero effettivamente nel silenzio lasciato dall’ultima canzone di un CD prima della traccia fantasma. Su una tomba avrebbe un effetto del tutto diverso. Almeno credo. Spero.
…
Aspettavo che accadesse qualcosa di straordinario da scrivere, per un ritorno che avesse un senso più o meno compiuto. Aspettavo, per esempio, che mi si presentasse una Eva Mendes alla porta per vendermi una Bibbia. A quel punto avrei potuto convertirla al buddismo, pur essendo io cattolico, e avrei potuto convincerla a intraprendere un viaggio intorno al mondo – da lei spesato, per il mio ovvio spiccato “femminismo” – per poi partire in mongolfiera come nel Giro del mondo in ottanta giorni. Ci sarebbero voluti un bel po’ di giorni di vacanza, ma il tutto lavoro d’ufficio sarebbe stato ordinatamente svolto da puffo Quattrocchi, che, per il suo essere puffo, avrebbe fatto tutto il lavoro puffando senza dire ba. Per il cantiere però avrei scelto puffo Inventore.
Il ritorno alle biro verdi avviene invece in sordina, a fari spenti, sono possibili solo voli di fantasia alla Jonathan Carroll nel silenzio questa notte d’estate turbato solo dal rumore della ventolina del mio computer – stufetta. Basta scrivere: leggerò.
Onde Rayleigh, onde Love.
Morti, ascolti, notizie. Se vince Luna Rossa, siamo tutti velisti; se vince la Nazionale (la N maiuscola è quella di aNtonomasia), il calcio ci è sempre piaciuto. Quando si profila un anno con “zero titoli”, per fortuna un terremoto: l’avevamo detto noi, che le case andavano fatte antisismiche, l’avevamo detto che un terremoto si può prevedere: è così semplice, come bere un bicchiere d’acqua.
Nel deserto, magari.
I telegiornali che fanno gara per gli ascolti, i politici che vogliono sempre far vedere di saperne più degli altri e tutta quella retorica danno, francamente, molto fastidio. Muore qualcuno: si poteva evitare, crolla un ospedale: ma come?
Non voglio essere cinico a tutti i costi, ma anche gli ospedali crollano! Tutto crolla, se colpito abbastanza forte, lo dico per esperienza. Probabilmente quell’ospedale era in regola quando era stato costruito.
Il problema, però, a mio modestissimo avviso, intendiamoci, non è “fare” una legge (che c’è, e di 400 pagine e passa), né farla rispettare (chi la deve rispettare, solitamente, è piuttosto ligio): il problema è che una volta non c’era, perché una volta certe cose non erano ancora state scoperte, altre si potevano migliorare, altre ancora la legge permetteva di ignorarle. Se oggi si dovesse adeguare il paese alla nuova legge, tutte le nostre case andrebbero ristrutturate in toto: se si vuole agire in senso “antisismico” gli edifici vanno contemplati nella loro totalità: andrebbero, vuotati dunque, degli abitanti e di tutto quello che contengono, e messi a norma (sempre che si possibile senza demolire il tutto). Chi sarebbe disposto a lasciare la propria casa per, poniamo, un annetto, per poi ritornarci (due traslochi) dovendo peraltro pagare una cifra non indifferente?
Per questo un paese dell’Abruzzo (come molte città italiane) con le case in pietra appoggiate l’una contro l’altra è (era) molto affascinante, ma anche assai vulnerabile.
C’è anche un inoltre che fa pensare: le case, a volte, nelle ristrutturazioni, vengono riempite di nicchie, ampie aperture, sai com’è, l’open-space: alla fine sembrano la torre dello Jenga sul finire di una partita. Non c’è legge che tenga, se si prova far ballare il tavolo.
Resta il fatto che gli ospedali, quelli no, non dovrebbero crollare, e neanche le scuole, né i pensionati. Ma tant’è. Chi avrebbe avuto il coraggio di dire ai malati o agli studenti: “Va bene, da domani fuori tutti, che dobbiamo rendere antisismico il fabbricato”?
Senza retorica né sensazionalismo cerchiamo tutti di imparare dagli errori evitando però i paragoni assurdi (in Giappone avrebbero fatto così e in California cosà): vorrei non sentire più parlare alla televisione di “zone sismiche” da persone che non siano dei tecnici qualificati: i filosofi a volte non bastano a fare star su le case.
Ma arrivederci al prossimo disastro, e il terremoto sarà dimenticato. Adieu, à la prochaine!
E’ incredibile, l’altro giorno. Dovrei iniziare con qualcosa che avesse un capo, per poi finire in una coda, ma cioè, la gente, non puoi mica mai dire cosa ti capita, in giro: cioè, prendi l’altro giorno. Ero lì seduto a guardare i numerini rossi passare, lì, in posta. Non è che li stessi proprio guardando, in realtà, cioè, insomma: leggevo. In effetti uno deve fare code sterminate per mandare, che so, una raccomandata o pagare un bollettino e bene che ti vada è mezz’ora.
Per cui: libro. La funzione è duplice, ti isola da tutta quella massa di gente che ti circonda e ti evita di dover rispondere a domande fatte tanto per parlare. Cioè: che senso ha rispondere a qualcuno che ti dice “Fa freddo eh?”. Verrebbe da rispondere “Fuori, vabbè, può essere, ma qui dentro con il riscaldamento e tutta la gente che boffa, la giacca quasi me la toglierei”. E quello (o quella) andrebbe avanti spiegandoti che l’anno prima era successo questo e quest’altro e l’anno dopo mia figlia va a scuola e fra tre mesi mio cognato va a lavorare in Africa (e lì sì che fa caldo) eccetera.
Il libro isola, e fa compagnia in maniera più discreta… a meno che.
Perché ci deve sempre essere qualcuno che ha da dire, siamo nel paese della lamentela facile (e nessuno sembra avere interesse per renderla più complicata), come l’altro giorno, ad esempio, tornando a noi.
Una signora smette di parlare con l’amica di una (lunga, si presuppone) vita e comincia a chiedermi “Cosa fa Lei? Non sta attento ai numerini?”. Posto che è impossibile non essere attenti ai numerini, essendo tutti accompagati da un BIIIIP lacera-timpani, rispondo “Leggo, signora”, “Come, leggo, cosa vuol dire? Cioè, leggo, qua dentro…” dice. “Guardi signora, questo, lo vede?, è un libro. Funziona sempre: qua dentro, là fuori, laggiù infondo. Se si leggono tutte le parole su ogni pagina, nell’ordine in cui sono state messe, e poi si legge una pagina dopo l’altra, alla fine ne risulta una storia di senso compiuto. Va’ a capire la tecnologia moderna…”. La signora si volta verso l’amica sbuffando qualcosa sui giovani d’oggi: e il bello è che io non sono poi mica più tanto giovane, ma lasciamo pur stare la polemica. BIP. “Guardi signora che il 336 è Lei”. Valli a capire gli anziani d’oggi: non sono più capaci di portare rispetto. E non stanno attenti neanche ai loro BIP. E fanno perder tempo alla gente che lavora (e a quella che legge). BIP: 337. Ancora un numero e ci sono, sa, meglio chiuderlo ‘sto libro, intanto che ho finito la pagina: non male questo Holden, un po’ troppo colloquiale, forse. Ma è il suo bello, dicono.
L’oro è loro!
Quando la banda del Moro andò a rapinare coloro che avevano l’oro, costoro, che avevano l’oro, risposero in coro, in forma di motivo canoro, che non avrebbero dato loro il loro oro, perchè quello che era loro era loro, e l’oro era loro. Costoro, cioè quelli della banda del Moro, d’altronde volevano il loro oro, e non vedevano l’ora di avere quell’oro, ed ora la loro ira (pari a quella di un toro) si sfogò su coloro che non volevano cedere ciò che era loro.
Ombre e sabbia
Nel deserto del tartaro non si vedeva l’ombra di un dentista, forse anche perché non c’era l’ombra, non essendoci l’ombra di un albero. Sarebbe stata l’ancora di salvezza nel mare della tranquillità, se ci fosse stata, un’oasi di pace con le palme rivolte in su a chiedere acqua! Acqua! Focherello, fuoco! E quindi morta lì, senza aver visto l’ombra di un amico, ma solo l’amico delle amiche che non erano più sole. E’ morta in solitudine dirà un necrologo, il medico dei morti, puntuale come un necrologio svizzero, come la morte e le esentasse.
Ma basta parlare di morte, disse il deserto. Tra le dune soffiava il vento, e spirava da ovest, dicevano: ma non avevamo detto di non parlare di morte? Basta parlare di morte! Pietra sopra, per non dire morta lì, un’altra volta. E così si ricomincia, si rinasce, ma solo dopo due mesi di gesti, tre di gesta, e quattro di digestione, cioè, alla fine, nove di gestazione. Nasce così un frugoletto che dice parto! Ma dove vuoi andare se non sai neanche camminare? Non hai nemmeno gli occhi per piangere, la bocca per ridere: ragazzo sei messo male, non puoi neanche mangiare con gli occhi. Mannò, signora, la testa è dall’altra parte, disse l’oste etrico, già pronto per brindare a una nuova vita. E cominciarono i piagnistei, piagnistesti, i piagnistatte bono, e non erano ancora finiti che cominciò la lallazione, una sorta di inizio musicale alla vita, la solita sol fa. E tra le ultime note si può riportare la crescita dei primi dentini, occorre un dentista ma non c’è: l’avevamo lasciato nel deserto del tartaro, se non ricordo male, ma l’ombra dei ricordi va svanendo.
Frammenti di pioggia
Piove, piove. Piove sul bagnato, dalla seconda goccia in poi. E fa anche piacere che piova di tanto in tanto, fa piacere prendere una botta d’acqua tornando a casa dopo una giornata di lavoro: non c’è come asciugarsi con un asciugamano di spugna.
I fanali rossi delle macchine si specchiano nell’asfalto, le gocce rimbalzano sulla strada bagnata come nei cartoni animati giapponesi.
…
Adesso è tardi, e la pioggia è solo un gocciolio fuori dalla finestra, gocce che rimbalzano sul balcone di sopra per ricadere sul mio, in un incessante stillicidio. Mi piace questo rumore, mi ricorda delle serate in montagna, passate a far niente, perché non c’era niente da fare: non un bar aperto, neanche la televisione si poteva vedere quando pioveva o tirava vento. La pioggia in montagna era capace di far tacere anche Pippo Baudo. Ora no: ci sono le paraboliche, c’è il digitale e c’è sky, un cielo sempre limpido e sereno.
…
Una settimana fa tornavo a casa accaldato e sudato: le due docce giornaliere non bastavano: non potrei mai vivere a Lisbona, non mi basterebbero le camicie.
La vecchia Phoebe
Mi volto a destra e a sinistra e cerco di navigare nell’unico posto dove non è necessario saper nuotare. Non è che i flutti della rete non possano inghiottirti, ma è più facile riemergere dai pixel che non da quella massa di idrogeno e ossigeno tutto mischiato insieme. Dall’acqua però vieni fuori tutt’al più zuppo, e se non è zuppo è tutto bagnato, fradicio ma senza essere ubriaco; dalla rete si riemerge ubriachi ma senza essere fradici, dopo aver toccato un po’ di vita altrui, senza mai esserne andati a fondo. Con la rete si possono pescare informazioni, ma si può anche rimanere avviluppati nella rete stessa, mai mandare un esploratore a pescare. Ed è così che mi trovo ad essere immerso tra i complessi di inferiorità, mi trovo a constatare che c’è gente che va in Africa e non vorrebbe più tornare indietro, a trovare persone che leggono, scrivono, disegnano e sono apprezzate, a scoprire di non sapere, ma l’importante è saperlo, e lo diceva anche Socrate, che secondo me internet non l’ha mai visto. Ho bisogno di idee, di scoprire ciò che so fare e ciò che voglio fare. Ho bisogno di un suggerimento dalla vecchia Phoebe. Consolatorio però il fatto che, anche nella rete, rimane un ancora di salvezza: la realtà è là fuori dalla window, ehm, finestra, basta un balzo per andarla a toccare. Meglio uscire dalla porta, però: altrimenti il faccia a faccia con la dura realtà sarebbe un tonfo troppo violento.





